Luglio 11, 2026
meme lui lei l'altra pregiudicata - incensurata

IL CASO NEL CARCERE UMBRO DI CAPANNE (PERUGIA): DUE DETENUTI AVREBBERO CONCEPITO UN FIGLIO E LA DONNA AVREBBE CHIESTO DI POTER SCONTARE LA PENA ALL’ESTERNO DELL’ISTITUTO

NEL FILM “TOTO’ TERZO UOMO” IL COMICO INTERPRETA UN EX DETENUTO CHE PRENDE IL POSTO DEL FRATELLO GEMELLO SINDACO DI UN PAESE, ALLE PRESE CON Il PROGETTO E L’APPALTO PER LA COSTRUZIONE DEL NUOVO CARCERE. IL PERSONAGGIO PROPONE LA REALIZZAZIONE DI UN CARCERE CON UNA SERIE DI CONFORT- Come lo facciamo questo carcere? I muri come li farebbe, lei? Alti, molto alti? Ci avrei scommesso! Ma i muri bisogna farli bassi, prima di tutto per economia e poi per dare aria ai detenuti. I detenuti hanno bisogno di ossigeno, date ossigeno al detenuto, perché il detenuto ossigenato rende il doppio.
Avete paura che evada? Ah, la solita storia… ma finiamola con queste maldicenze! Il detenuto è un galantuomo, ma trattatelo bene: dategli da mangiare, da bere e altri vizietti e il detenuto non se ne andrà neanche con le cannonate.

A che serve il muro divisorio tra il carcere maschile e quello femminile? E Lasciate che i carcerati fraternizzino con le carcerate e se anche dovesse scapparci un carceratino, credete a me, non guasta. Diamo incremento alla demografia carceraria!

Rapporto sessuale in carcere durante un colloquio, detenuta resta incinta e può lasciare il carcere. Scoppia il caso sicurezza
di Redazione Web
Un normale colloquio all’interno del carcere umbro di Perugia-Capanne ha dato il via a un caso giuridico e sindacale. Una detenuta è rimasta incinta dopo aver consumato un rapporto sessuale con il proprio compagno, anch’egli recluso nella medesima struttura penitenziaria. La notizia, protetta inizialmente da una stretta riservatezza, è emersa dopo che la donna ha chiesto e ottenuto il differimento della pena, lasciando ufficialmente l’istituto di pena per l’inizio della gravidanza, così come espressamente previsto dalle normative vigenti a tutela della maternità.L’incontro ravvicinato è avvenuto alcuni mesi fa in una delle sale comuni dedicate ai colloqui con i parenti, dato che la struttura non dispone di spazi appositi per l’intimità. Sulla vicenda la Procura di Perugia è stata prontamente informata e la direzione del carcere ha avviato una formale verifica interna per comprendere come sia stato possibile eludere la sorveglianza delle guardie.

La difesa del garante

Sul piede di guerra per le possibili conseguenze legali, il garante regionale per i detenuti dell’Umbria, Giuseppe Caforio, ha gettato acqua sul fuoco, escludendo l’esistenza di un reato dal punto di vista puramente formale. Secondo l’avvocato, l’episodio nasce da una clamorosa svista legislativa: quando in Italia si è iniziato a discutere del diritto all’affettività e al sesso all’interno delle carceri, lo si è fatto pensando quasi esclusivamente ai bisogni dei reclusi uomini che ricevono visite dall’esterno, dimenticando le esigenze delle detenute donne. «Ora – ha spiegato Caforio – qui la singolarità è duplice. Intanto è una donna che ha richiesto l’affettività e quindi per il principio di parità ha diritto ovviamente come l’uomo. Poi il compagno era un detenuto e questa è un’altra particolarità. La cosa si è complicata perché è rimasta incinta. E ciò non era stato proprio contemplato nelle ipotesi. Il tema è tutto qui, che succede con una gravidanza? Il dubbio è che ci possa essere anche l’uso strumentale. L’effetto della legge è che una detenuta che rimane incinta ha diritto a differire la detenzione, oppure a chiedere forme attenuate, ci sono benefici, come è corretto che sia.

E quindi si aprono scenari francamente non ipotizzabili. Nuovi. Poi nel caso di specie, c’è nebulosità anche perché non c’è nel carcere di Perugia la stanza dell’affettività”. Al momento è in atto una verifica interna al cercare. Secondo Caforio, alla base dell’accaduto potrebbe esserci stata una iniziativa «di buona fede per cercare di dare corso a un diritto che il sistema carcerario non riesce ad assicurare, cioè il diritto all’affettività».

La rabbia del Sappe

Di parere diametralmente opposto è il Sappe, il Sindacato Autonomo della Polizia Penitenziaria, che ha espresso «profonda preoccupazione» per le gravi falle organizzative emerse con questo episodio. Il segretario nazionale per l’Umbria, Fabrizio Bonino, ha puntato il dito contro la disorganizzazione gestionale della struttura di Capanne, difendendo a spada tratta gli agenti operativi che in quel momento si trovavano in servizio nell’area colloqui. «L’episodio, di indiscutibile gravità, non può in alcun modo essere ascritto al personale operativo, già ridotto a livelli insufficienti e chiamato a operare in condizioni di crescente difficoltà”. Secondo il sindacalista, le criticità non si limitano all’episodio specifico, ma investono l’intera struttura operativa dell’istituto: «L’area colloqui, la matricola, il nucleo traduzioni e il reparto interno versano in una condizione di grave disorganizzazione. Quanto accaduto è la conseguenza logica e prevedibile di un sistema di controllo che non ha funzionato come avrebbe dovuto». Il segretario esprime piena solidarietà ai colleghi che si trovano indirettamente coinvolti nella vicenda: «Il Sappe è e sarà a fianco di ogni operatore che dovesse essere chiamato a rispondere di fatti riconducibili a carenze organizzative e gestionali che esulano dalla sua sfera di responsabilità. I profili di responsabilità devono essere correttamente individuati e attribuiti».

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