Il populismo all’attacco delle istituzioni europee

di Luca Testa, esperto in Politiche Europee ed Internazionali

Ad otto mesi di distanza dalle elezioni europee (previste per il 19 maggio 2019), si può trarre questo dato dalla situazione politica complessiva in seno al Vecchio Continente: la battaglia politica s’incentrerà sulla nuova linea di frattura, determinatasi tra populisti e neo – destre da un lato e quel che resta dei vecchi esponenti dei liberali (sia di destra che di sinistra), dall’altro.

Nell’intera Unione Europea, i partiti, che vengono definiti genericamente come populisti, oggi si richiamano ad un preciso contesto di valori (lotta decisa e inflessibile all’immigrazione,critica verso l’establishment, forte difesa dei valori nazionali, protezione dell’economia nazionale da qualsiasi altra interferenza esterna), e sono al potere  in almeno sette Stati europei (come in Italia, Polonia, Ungheria o Austria). E anche se, in altri Paesi, l’avanzata di queste formazioni politiche è stata fermata, con fatica (come nel caso della Svezia, della Germania, della Francia), in generale si può evidenziare una nuova strutturazione del dibattito politico intorno alle tematiche, rivendicate proprio da tali gruppi anti – sistema.

La trasformazione del dibattito politico continentale (a cui si aggiunge anche la grande incognita della Brexit) non potrà non avere ripercussioni sulla futura composizione del Parlamento europeo e, dunque, sul futuro stesso dell’Unione Europea. Il dato, che accomuna tutte queste nuove formazioni politiche, è la loro critica alle attuali modalità di funzionamento  delle istituzioni europee: per Salvini, ma anche per Orbàn, i tecnocrati di Bruxelles hanno fallito miseramente a perseguire gli obiettivi dell’Europa e dunque andrebbero sostituiti.

Le elezioni politiche, tenutesi in Svezia il 9 settembre 2018, sono state un primo test di questo futuro scontro politico. I risultati, determinatisi in questo Paese, hanno lasciato pochi dubbi sull’immediato futuro: anche se il partito dei “Democratici Svedesi” di Jimmie Akessonsi è attestato sul 18%, la strada verso la formazione di un governo pro – Europa è tutta in salita, in quanto né il centro – destra, né il centro – sinistra (che da oltre cento anni governa il Paese) hanno la maggioranza necessaria per costruire un esecutivo stabile e duraturo.

Questa disputa tra populisti e ciò che resta della vecchia sinistra europea non avviene solo nella società civile europea, ma si è già traslata nelle aule parlamentari e all’interno delle principali istituzioni dell’U.E. Infatti, il 12 settembre il Parlamento europeo ha discusso e ha approvato l’applicazione dell’articolo 7 del trattato dell’Unione Europea proprio contro l’Ungheria di Orbàn, colpevole di aver violato le principali regole dello stato di diritto. Il capo del governo ungherese ha a sua volta tenuto un aspro discorso nelle aule di Strasburgo, denunciando le irregolarità e il mal funzionamento della tecnocrazia europea.

Il consolidamento dell’avanzata populista ha, ovviamente, cause profonde nella storia dell’ultimo decennio di politiche europee. Infatti, proprio la mancanza di autocritica da parte dell’establishment europeo e da parte dei principali partiti della sinistra europea aumenta fortemente il rischio di lasciare l’Europa alla mercé di coloro, che avversano la concezione stessa di integrazione europea.  Anche se ormai è tardi, dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti le ragioni di tale fallimento e anche della sconfitta dei gruppi politici della vecchia sinistra tradizionale. Anzitutto, un punto cruciale è rappresentato certamente dalle modalità con cui l’emergenza, legata ai temi della sicurezza e dell’immigrazione, è stata affrontata dalla sinistra socialdemocratica. L’assenza di regole precise e la mancanza di qualsiasi solidarietà reale a livello europeo,  l’inconsistenza di una politica estera europea, che avrebbe potuto e dovuto trovare un argine a questa disastrosa situazione, l’incapacità di prendere posizioni condivise da parte degli organi apicali europei hanno aggravato, senza rimedio, tensioni e conflittualità all’interno delle democrazie europee,  alcune delle quali sono state semplicemente sommerse dalla marea populista.A ciò si aggiunga l’incapacità programmatica, tanto delle istituzioni europee quanto dei rappresentati delle stesse, e dei politici di sinistra al governo nei rispettivi Stati, che  ha prodotto un’insoddisfazione della popolazione rispetto alla costruzione di un futuro stabile e sicuro (tanto dal punto di vista delle politiche legate al lavoro quanto dal punto di vista delle politiche sociali). Alcuni, invece – come il commissario europeo Moscovici – continuano solo a criticare, paragonando la situazione politica attuale a quella dell’Europa degli anni Trenta, e parlando addirittura dell’emergere di “piccoli Mussolini” nel nostro Paese. Non è mai stata fatta un’autocritica reale sugli effettivi risultati che la loro azione di governo europeo ha prodotto all’interno della compagine europea,  mentre l’avanzata dei movimenti populisti non si è affatto bloccata e anzi, l’obiettivo di questi gruppi è appunto quello di creare alleanze trans – nazionali, al fine di presentarsi come un fronte comune alle elezioni del prossimo Parlamento europeo, in modo da cambiare ciò che secondo loro non funziona della vecchia Europa.

Si preannuncia così aspra la battaglia per le consultazioni  politiche europee del maggio del prossimo anno, tra i sostenitori dello “status quo”, tra cui Macron e i paladini di un “Nuovo Ordine” europeo, cioè i rappresentanti dei partiti populisti. La stessa sopravvivenza dell’Unione Europea, così per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, è fortemente a rischio. Spetta infine ai cittadini, in ultima analisi, decidere che tipo di Unione Europea vorranno per il futuro.

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