Buona Lobby / Bistoncini: “Noi lobbisti…lavoriamo anche per abbassare le tasse!”

Quando l’attività di lobbying evitò l’aumento dell’IVA sulla vendita degli e-book. Fabio Bistoncini, lobbista, ci racconta alcuni aspetti del suo lavoro

ROMA – Quando si parla di lobby, in Italia, si fa quasi sempre riferimento ad un tipo di attività losca e dai confini indefiniti. Il termine viene spesso associato a parole come: affari, favori, soldi, faccendieri, corruzione, illecito.

In realtà il lobbista è un mestiere vero e proprio, perfettamente legale anche nel nostro Paese. Si tratta di un consulente che rappresenta degli interessi presso un “decisore pubblico”.

Ogni legge, o norma in genere, può essere vantaggiosa per qualcuno, o per certe categorie, e meno vantaggiosa per altri. Sintetizzando al massimo possiamo dire che compito del lobbista è quello di “inserirsi” nel processo che porta alla “creazione” di una norma affinchè questa, in primo luogo, non danneggi gli interessi di chi si rappresenta (società, gruppi di società, organizzazioni..) e possa portare, al contrario, dei vantaggi agli stessi.

Fabio Bistoncini svolge questa professione da 27 anni ed è amministratore delegato della società “FB Associati”, con sede a Roma, Milano e Bruxelles.

Lei insegna “gruppi di interesse e lobbying” all’università di Milano. Quale preparazione deve avere e come dovrebbe essere il lobbista ideale?

Diciamo che non esiste una preparazione specifica. Possiamo dire tranquillamente che servono alcune competenze: la prima competenza generale è giuridica, nel senso che una conoscenza – seppur minimale – del processo decisionale è fondamentale per capire in che modo si può intervenire su di esso. Poi ci vuole una competenza politica, nel senso della capacità di dare una lettura agli accadimenti politici. Accanto a queste competenze, appunto generali, ci possono essere delle competenze specifiche: drafting normativo, cioè come si scrive una legge e qualsiasi altra tipologia di provvedimento normativo, oppure delle competenze di tipo economico e finanziario.

Sono una pluralità di competenze che non si esauriscono in un master o in un corso universitario ma che si acquisiscono mano a mano con l’attività professionale vera e propria.

Nel mio libro utilizzo l’idea della bottega medievale come luogo per apprendere il mestiere: stare sul campo, la preparazione pratica diretta.

Il libro “Vent’anni da sporco lobbista” ripercorre la sua carriera. Ma il lobbista è veramente “sporco”?

Il titolo nasce per giocare sul fatto che nel nostro Paese il mestiere del lobbista è considerato “sporco”. Ogni volta che c’è un episodio di malaffare, che magari non c’entra nulla con la nostra attività e il nostro mondo, si parla sempre di lobby.

Non so se serva una certa dose di cinismo: per quanto mi riguarda io credo fermamente nelle cause che sostegno e nelle battaglie che faccio. Ho una giusta dose, non di cinismo, ma di sano realismo perché il mio lavoro è essere un consulente e quindi devo essere più distaccato del cliente stesso rispetto agli interessi che seguo, in modo tale da essere più efficace nella tutela e avere una visione meno coinvolta dal punto di vista emotivo.

Quali risultati deve ottenere un buon lobbista per poter dire di aver fatto bene il suo lavoro?

Deve raggiungere gli obbiettivi che sono stati definiti e concordati, in precedenza, insieme al cliente. Né più e né meno.

Rispetto all’inizio degli anni ’90 come è cambiato il rapporto con i “decisori pubblici” e la classe dirigente politica?

Oggi è tutto molto più difficile, non solo nel nostro lavoro, perché la società è molto più complessa rispetto a quella che era 20/25 anni fa. E quindi anche le dinamiche decisionali,  sono influenzate dalla complessità della società. La politica non è qualcosa di avulso dalla società, nasce dalla società cosiddetta civile è parte di essa. È ovvio che una società che diventa sempre più complessa determina un elemento di difficoltà maggiore, in primo luogo nell’individuare chi detiene il potere decisionale, perché ora le arene di policy sono multilivello. Su un tema ambientale, per esempio, decide un sindaco, decide un parlamentare europeo, il Ministro dell’Ambiente: ci sono pezzi di processo decisionale a più livelli. Oggi è più difficile perché più complesso è diventato il processo decisionale con una moltiplicazione dei centri decisionali e una sovrapposizione delle competenze.

Ci sono dei casi che ha seguito e di cui va fiero perché, oltre a tutelare gli interessi legittimi dei vostri clienti, ritiene che il vostro contributo al processo legislativo e regolatorio abbia portato, magari anche solo indirettamente, dei vantaggi alla collettività nella disciplina di un determinato settore?

Uno dei casi di cui vado particolarmente orgoglioso è una campagna di advocacy, di comunicazione e lobbying, sull’IVA degli ebook. Rischiava di aumentare l’iva dal 4 al 22% e con una attività di lobbying in soli sei mesi siamo riusciti a far mantenere l’iva degli ebook allo stesso livello dei libri cartacei, cioè al 4%.

La legge n. 13/2014 abolisce, a partire dal 2017, ogni forma di finanziamento pubblico ai partiti politici, introducendo al contempo forme di contribuzione privata volontaria. I risultati della riforma sono stati modesti e in molti si domandano come i partiti riusciranno a reperire risorse economiche per finanziare le loro attività. Le società di lobbying, sul modello dei comitati politici di supporto statunitensi (PACs), potrebbero ritagliarsi un ruolo nel mettere in contatto partiti, o singoli esponenti politici, e potenziali finanziatori privati?

Il problema del finanziamento della politica è il problema in questo momento, nel senso che all’abolizione del finanziamento pubblico non è seguita l’introduzione di forme di finanziamento alternative rilevanti. Poi c’è nei confronti della politica un disvalore per cui è anche difficile convincere i cittadini a versare delle contribuzioni private tali da sostituire il finanziamento pubblico. Quindi questa è una delle tante fesserie che sono state approvate in questi anni. La politica ha bisogno di risorse e quindi si rivolgerà agli interessi organizzati: le modalità dovranno essere o quelle previste dalla legge attuale o dovranno essere integrate.

Non è il nostro ruolo, almeno finchè non c’è un riconoscimento dell’attività di lobbying, è chiaro che questa rimane un’area grigia. Nel senso che si può fare, rispettando le leggi, sapendo tuttavia che non è il nostro compito.

Le recenti vicende giudiziarie sui progetti per la realizzazione dello stadio della Roma hanno nuovamente acceso i riflettori sul fenomeno lobbistico nel nostro paese. Anche il presidente dell’ANAC Raffaele Cantone è tornato a parlare della necessità di regolamentare il rapporto tra lobby e politica. In che modo disciplinare la materia?

La disciplina del settore è necessaria. Serve innanzitutto un unico registro, a livello nazionale, a cui possono attingere i vari rami istituzionali. Serve una legge quadro nazionale che regolamenti la materia. Un unico registro a cui iscriversi che valga per Camera, Senato, Governo, Ministeri, Autorità di regolamentazione. Co deve essere una semplificazione burocratica, l’obbligatorietà dell’iscrizione, perché l’iscrizione facoltativa non permette la trasparenza. Un registro poi che sia consultabile online. Questo tipo di provvedimento non è nell’agenda di governo quindi difficilmente il problema sarà risolto in questa legislatura.

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