Deposito scorie nucleari, Boschi: «Tra false partenze e rinvii manca ancora il Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito»

Enzo Boschi per “Il Foglietto della Ricerca”

Un articolo ben documentato su La Stampa del 9 gennaio 2017, a firma di Carola Frediani, ha riportato all’attenzione il problema ormai pluridecennale della sistemazione in un Deposito Nazionale dei rifiuti nucleari. Se ne parla inutilmente dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso.

Il Foglietto si è occupato molte volte delle incongruenze della Sogin, la società pubblica incaricata di risolvere il problema. Nel 2015, su tutte le televisioni e su tutti i giornali avevamo assistito a una costosissima campagna di comunicazione che avrebbe dovuto rendere accettabile la pubblicazione da parte del Governo della lista dei possibili siti ove costruire il Deposito Unico Nazionale.

La logica seguita è questa. Sulla base di criteri formulati dall’Europa, sopratutto da Francia e Germania, esperti dei nostri maggiori enti di ricerca ambientali hanno individuato i luoghi del territorio nazionale più sicuri per costruirvi il Deposito. La Mappa di questi luoghi doveva essere resa nota nel 2015, più o meno in contemporanea alla costosissima campagna pubblicitaria. Poi i Comuni indicati dalla Sogin avrebbero potuto mostrare interesse all’operazione e iniziare una trattativa per giungere a una scelta definitiva.

Gli intenditori definiscono le operazioni di questo tipo “bottom-up”: dal basso verso l’alto. Hanno la caratteristica di dare l’impressione che a decidere siano i cittadini e non il potere politico.

In questo modo, si eviterebbero gli effetti della sindrome NIMBY, un acronimo di vocaboli inglesi che in parole povere significa “fate quel che vi pare, basta che sia lontano da casa mia”. Effetti che porterebbero al rifiuto irrazionale ma deciso e invalicabile da parte della popolazione dei luoghi prescelti. Rifiuto che sarebbe stato addirittura tecnicamente giustificato dai criteri individuati per situazioni geologiche molto diverse da quelle italiane e da noi recepiti acriticamente.

Per gioco, ma non poi tanto, ho applicato i criteri in senso stretto e ho “scoperto” che nell’Italia continentale, in Sicilia e nelle isole minori nessun sito sarebbe adatto.

A bloccare tutto l’iter ci ha pensato comunque la politica: si è detto che le elezioni di varia natura degli ultimi anni hanno sconsigliato di introdurre un argomento che avrebbe potuto generare contrarietà verso il governo in carica. Evidenziando così, ancora una volta, la scarsa fiducia che i nostri governanti hanno nella nostra intelligenza e la loro costante disposizione all’arte del rinvio.  

Finalmente, nel luglio del 2016, i vertici della Sogin sono stati completamente rinnovati ma nel contempo si rinnovava pure l’orientamento governativo sulla procedura da seguire per arrivare alla pubblicazione della carta delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a ospitare il deposito nazionale.

La Cnapi sarebbe diventata il punto di arrivo della procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS) dell’intero programma nazionale di gestione del combustibile e rifiuti radioattivi. Un modus operandi in fin dei conti logico e al limite condivisibile; sennonché, ci si chiede, com’è che l’idea di ribaltare l’iter sia spuntata solo mesi dopo l’imbarazzante silenzio seguito alla falsa partenza? Svista? Opportunismo? Incompetenza?

A pensar male si potrebbe sospettare che l’esecutivo di Matteo Renzi cercasse l’ennesimo escamotage per temporeggiare e rimandare la difficile gestione del consenso sul deposito non solo al dopo-referendum, ma anche ad altri appuntamenti elettorali.

Infatti, una VAS di siffatta complessità richiede dei tempi di attuazione incomprimibili di almeno 6 mesi, senza contare la fisiologica dilatazione dei tempi tra le varie fasi tra emendamenti, revisioni, riscontri, ecc. in una staffetta che vede coinvolti, oltre al Ministero per l’Ambiente, quello dello Sviluppo Economico e anche il Ministero dei Beni Culturali.

Insomma, una pletora di divisioni, un esercito di funzionari, la condizione perfetta per rimpalli, rinvii, sospensioni. Senza che alcuno abbia la regia del processo: l’onere di coordinare, l’impegno di incalzare, l’obbligo di sanzionare le inadempienze.

Secondo le previsioni espresse ad agosto dal ministro Calenda, la carta, pur essendo già disponibile, non sarebbe potuta essere tirata fuori prima dell’autunno 2017. Nella migliore delle ipotesi. Perché se gli atti richiesti all’inizio di questa delicata e importante procedura, pare, siano stati compiuti nei tempi, è sopraggiunto un ulteriore freno oltre a quello dovuto a una chiara volontà politica. Il solito male italicum capace di rimandare tutto sine die esponendoci anche ad una pessima figura in campo internazionale: la burocrazia.

La “nuova” Sogin a metà settembre ha consegnato al Ministero dello Sviluppo Economico il Rapporto Ambientale, che è solo una parte della documentazione necessaria per poter procedere alla Valutazione Ambientale Strategica. Manca, infatti, quello che con precisione è chiamato il programma Nazionale per gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti nucleari. Ovvero, l’inventario di tutti i rifiuti radioattivi presenti sul territorio nazionale assieme alla descrizione delle fasi di gestione di questi, un documento che esiste solo in una versione abbozzata e approssimativa. In aggiunta è necessario integrarlo con la descrizione e la valutazione degli effetti che l’attuazione degli interventi potrà avere sull’ambiente.

Questo fondamentale documento, nel rigoroso rispetto della normativa europea vigente recepita dalla nostra legislazione, non sembra aver fatto progressi nella sua stesura che compete al Ministero dell’Ambiente.

Pertanto, l’avvio vero e proprio della prima tappa procedurale della VAS fluttua ancora nel limbo dell’incertezza. In quel mare dell’incompiuto che conosciamo fin troppo bene. Fino a quando? Al prossimo richiamo della Commissione Europea? Alla prossima interrogazione parlamentare? Alla prossima contestazione popolare? Alla prossima puntata del programma delle Iene?

Un vero Bengodi per chi spera di traghettare il Deposito Nazionale dalla palude dell’opacità alle sabbie mobili della grande incompiuta.

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