La “rivoluzione” di Fidel Castro: ha ridotto Cuba a patria della prostituzione e della pedofilia

Con la dittatura di Castro l’unico tipo di “sviluppo” a Cuba è stato il turismo sessuale. Gli esuli cubani, costretti a fuggire negli Stati Uniti, esultano per la scomparsa del tiranno comunista

Gli esuli cubani festeggiano a Miami (Florida, USA)
Gli esuli cubani festeggiano a Miami (Florida, USA)

Washington, 26 novembre 2016 – Si può piangere per un tiranno che se ne va? Si può se a prevalere sono le emozioni, le illusioni, l’ideologia perversa e sconfessata di un totalitarismo liberticida. No, se prevalgono i valori che per essere nostri non sono meno universali, i valori cioè di una società democratica, rispettosa delle libertà individuali.
Fidel Castro è un caso diverso. La sua scomparsa è ovviamente una bella notizia per i suoi oppositori e a Miami migliaia di esuli cubani hanno danzato nelle strade. Lascia però una certa malinconia. Con lui scompare l’ultimo grande personaggio del Ventesimo secolo, un dinosauro, un relitto del comunismo, un dittatore per un popolo abituato ai caudillos, impietoso con coloro che non la pensavano come lui e furono costretti a fuggire (un sesto dell’intera popolazione) o finirono in prigione o, peggio, fucilati.

Eppure si lascia dietro una formula e una leggenda. La formula è quella del comunismo caraibico, non meno repressivo di quello scientifico e cupo dell’Europa dell’est, ma riscaldato e colorito dal sole dei Tropici. La leggenda è quella romantica che ne accompagnò la guerriglia sulla Sierra Madre alla fine degli anni cinquanta e che lo lega alla sfida impossibile al gigante nordamericano. Sopravvisse – come hanno rivelato gli archivi della Cia – a dozzine di attentati e di golpe, tanto improvvidi quanto sfortunati come lo sbarco nella baia dei Porci (aprile 1962). E fu coinvolto nel mistero Kennedy: fu lui il mandante dell’assassinio del novembre 1963?

Non sorprende il gran risalto dato oggi alla sua morte. Fidel Castro acquisì una statura tale da elevare la sua isola a protagonista di storia. Quando irruppe all’Avana nel 1959, all’età di 34 anni, e rovesciò Batista, alla Casa Bianca sedeva Dwight Eisenhower. A Mosca c’era Kruscev. A Bonn Konrad Adenauer. In Italia la Dc di De Gasperi. Visse la fase calda della guerra fredda. La rese ancor più esplosiva lasciando che i sovietici installassero i missili a Cuba. In quelle settimane drammatiche del novembre 1962 il mondo fu sull’orlo di una terza guerra mondiale, una guerra nucleare. Kruscev ritirò quei missili e l’allora presidente americano John Kennedy diede il contrordine: niente attacco. Ma Cuba rimase la classica spina nel fianco. L’Urss la tenne in vita artificialmente, pompando ogni anno nella fallimentare economia miliardi e miliardi di dollari. In cambio Castro ne divenne il mercenario. Condusse tutte quelle operazioni nelle quali la superpotenza comunista non voleva sporcarsi le mani. Per esempio: spedendo ‘’volontari’’ nelle ‘’guerre di liberazione’’ in America Latina e Africa. Gran parte del Terzo mondo entrò così a far parte della sfera di influenza sovietica, con le conseguenze che tutti sanno: repressione, devastazioni, povertà generalizzata.

Ma Castro fece di più. La sua incomparabile prolissità retorica, la sua austerità, la divisa, la barba lo trasformarono in un eroe anche per la sinistra occidentale. Un eroe indomito, perché teneva in scacco gli Stati Uniti. Sopravviveva al duro embargo. Impugnava la bandiera della rivoluzione. Su quella bandiera c’era il volto di Che Guevara, martire suo malgrado. Un martire scomodo. E il ‘’lider maximo’’ lo spedì in Sudamerica a sollevare i campesinos, sino a quando in Bolivia venne catturato e ucciso.
Negli anni Novanta la figlia Alina fuggì dall’Avana, camuffata da turista spagnola. Mio padre è un mostro – disse alla stampa mondiale – affama il popolo e mette in prigione gli oppositori.
Lo si sapeva. Detto dalla figlia era una denuncia senza appello. Eppure non bastò a dissipare il fascino del comunismo caraibico. Un comunismo scampato alle rovine del muro di Berlino e alla disintegrazione dell’Unione Sovietica. Un comunismo anacronistico rispetto ai revisionismi cinese e vietnamita, tuttora stalinista più o meno come quello disumano e feroce della Corea del Nord.

I filocastristi ci ricordavano che aveva dato alla gente educazione e assistenza. E che sotto Batista la società cubana era una stridente contrapposizione fra grandi miserie e grandi ricchezze. Ma non ammettevano che con Fidel Castro e con suo fratello Raul alle diseguaglianze sociali si era sostituita la miseria generalizzata. Il reddito procapite di un cubano è oggi inferiore persino a quello della disastrata Haiti: fra i 25 e i 30 dollari al mese. E a compensare tanta povertà non bastano il sistema sanitario e l’istruzione estesi a tutti. La prostituzione è endemica e sfruttata dai turisti che di Cuba vedono solo l’aspetto folcloristico.

Agli inizi degli anni Novanta la fine dell’Unione Sovietica fece credere che fosse vicina anche la fine del castrismo. Come poteva resistere senza i cinque miliardi di dollari di aiuti annuali? L’economia cubana cadde in ginocchio. Ma lui no. L’uomo più odiato dopo Stalin si appoggiò a un apparato di repressione invasivo e capillare. Sono alcune migliaia i nemici del popolo finiti davanti al plotone di esecuzione e ancora di più quelli imprigionati. Poi arrivarono gli investimenti turistici dei Paesi europei, fra cui in primo piano l’Italia. Ci prepariamo al dopo-Castro, dicevano. Investendo oggi precederemo la prevedibile invasione degli americani. In realtà prolungarono l’esistenza del regime. Ci sono voluti venticinque anni dalla dissoluzione del comunismo, perché uno dei suoi ultimi interpreti venisse consegnato ai libri di storia.

Nel 2008, quando il fratello Raul ne prese il posto, gli analisti si chiesero: scomparso Fidel, il suo erede di quattro anni più giovane avvierà un processo di cauta e graduale liberalizzazione? Risposta negativa. Né poteva essere altrimenti. Un regime dittatoriale non si può ammorbidire o peggio liberalizzare. Come la storia insegna, se lo fa crea le premesse del proprio crollo. Lo sapeva Fidel e lo sa Raul.
E infatti per sopravvivere il regime caraibico è rimasto quello che era: un comunismo repressivo. Un relitto stalinista della guerra fredda insieme con la Corea del Nord. Nemmeno il paradosso cinese, quello di un’economia di mercato calato nella camicia di forza del totalitarismo, avrebbe potuto funzionare. E d’altra parte i cubani non sono cinesi.

Poi il 21 marzo di quest’anno c’è stato il viaggio all’Avana di Obama alla ricerca di una clamorosa apertura per compensare i suoi molti fallimenti di politica estera. Questo è un giorno nuovo nelle relazioni fra Usa e Cuba, aveva detto il presidente americano. In realtà è nuovo nella forma. Vecchio nella sostanza. Al ristabilimento delle relazioni diplomatiche non ha corrisposto alcun miglioramento nella vita dei cubani. Sono aumentate le rimesse di coloro che ne sono fuggiti. Ma l’embargo rimane. Competente ad abrogarlo è il Congresso e non il presidente degli Stati Uniti. Ed è dubbio che il nuovo Congresso, tutto repubblicano, e il neo presidente repubblicano diano seguito all’apertura di Obama.
Lo scopo di Trump è la caduta e non la sopravvivenza del regime. Stesso obiettivo perseguito nel Venezuela di un altro, disastroso comunismo caraibico.
Con la morte di “el comandante” scompare anche l’ultimo, vero dittatore ideologico. Un duro e un puro, la cui illiberalità aiutava ad apprezzare i diritti di libertà che costituiscono la struttura dei nostri sistemi. Qualcuno aveva suggerito di imbalsamarlo sotto una cupola di plexiglas. Se n’è andato da barbudo, in divisa, fedele a una “revolucion” sconfessata dalla storia.

cesaredecarlo@cs.com

Rispondi