Terremoti, Boschi: «Ringrazio Renzi per la stima. Servono sismologi di chiarissima fama ai vertici dell’INGV e nella stessa Commissione Grandi Rischi»

Il noto sismologo, intervistato da Giovanni Minoli su Radio24, sostiene che non si dovrebbe ricostruire negli stessi luoghi ma in zone diverse, preventivamente studiate, che non tendano ad amplificare la perturbazione sismica. L’architetto Fuksas invece ritiene che si debba ricostruire tutto come prima, ipotesi sposata dal Premier Renzi che, intervistato su La7 sempre da Minoli, ha espresso stima verso il prof. Enzo Boschi ma ha dichiarato che non intende spostare le ricostruzioni

di Enzo Boschi*

Il mattino del 3 novembre scorso, Giovanni Minoli mi ha intervistato per telefono su Radio 24 de Il Sole 24 Ore.

L’argomento era la sismicità dell’Appennino Centrale. È stata una chiacchierata molto gradevole: Minoli faceva domande molto precise e consequenziali alle mie risposte. In particolare, mi ha chiesto, se a mio avviso, si poteva ricostruire esattamente negli stessi luoghi. Ho risposto di no, perché il cosiddetto effetto di sito ha avuto un ruolo non trascurabile nella devastazione determinata con il primo terremoto, quello del 24 agosto, poi ampliata ulteriormente dalle forti scosse successive.

Con il termine “effetto di sito” si intende che, in certe zone, le particolari caratteristiche meccaniche del suolo possono notevolmente aggravare la sollecitazione sismica sugli edifici che vi affondano le loro fondamenta, fino a farli crollare anche se ben costruiti.

Vedemmo numerosi casi di crolli dovuti più alla qualità del suolo che alle tecniche costruttive all’indomani del terremoto irpino del 1980: edifici identici, con lo stesso progettista e lo stesso costruttore, si erano comportati in maniera opposta, mentre alcuni erano semidistrutti, altri non avevano subito alcun danno rilevante. L’unica differenza era la posizione diversa dove si trovavano, benché a distanza di poche decine di metri.

Escludendo le costruzioni di valore artistico, da conservare e rafforzare, nella maggior parte dei casi la cosa migliore da fare è demolire e ricostruire con le moderne tecniche antisismiche in una zona preventivamente studiata per verificare che non tenda ad amplificare la perturbazione sismica.

Certo, in questo modo si perde il piacere e il gusto del borgo antico ma si guadagna in efficienza e sicurezza. Non è poi detto che costruzioni nuove siano necessariamente sgradevoli da vedere.

Specialmente nell’Appennino centrale, troppe volte si sono visti crollare miseramente edifici che erano stati oggetto di costosi ma del tutto inutili “adeguamenti sismici”.

Voler ricostruire tutto esattamente come prima e dove prima, implica inoltre costi molto più elevati e tempi che si possono dilatare anche per qualche decennio.

Più tardi ho saputo che Minoli, dopo aver chiuso la telefonata con me, ha consultato l’architetto Fuksas, per aver la sua opinione sulle mie affermazioni. Fuksas ha dichiarato che quanto da me dichiarato è “falso” e che tutto può anzi deve essere ricostruito esattamente come prima. Non è dato conoscere le competenze di ingegneria sismica e di geotecnica di questo architetto per poterne esprimere un giudizio professionale, quindi mi astengo da reazioni.

Non c’è dubbio che tutto possa essere costruito o ricostruito: è solo una questione di costi, che possono lievitare in modo incontrollabile. Immagino che anche le parcelle dei progettisti lieviteranno proporzionalmente.

Non si può passar sopra il fatto che edifici, ristrutturati in maniera antisismica dopo precedenti terremoti, siano stati nuovamente fortemente danneggiati dalle scosse iniziate il 24 agosto, forse rispetto alle affermazioni di certe archistar, ci sarebbe bisogno di una verifica concettuale e tecnica.

Dopo aver visto tanti terremoti, ho anche raggiunto la convinzione che non sia molto diffusa la conoscenza delle tecniche antisismiche.

Prima di fare affermazioni generiche sul come si può e si deve ricostruire, sarebbe bene andare a vedere e analizzare con cura i luoghi ove si intende farlo.

Nella prima puntata di “FACCIAaFACCIA“, andata in onda alle 20:30 di domenica 6 novembre, sempre Minoli ha poi intervistato il nostro Presidente del Consiglio e, citandomi (vedere il filmato dal minuto 8:40 al minuto 9:20), gli ha posto la stessa domanda. Il Presidente, molto gentilmente, mi ha manifestato stima ma ha anche dichiarato, in modo deciso, che tutto verrà ricostruito esattamente dove e come prima.

Ringrazio della stima da parte del massimo potere esecutivo del Paese, ma resto della mia opinione. Almeno per le scuole in zona sismica, un gran numero, se non si è più che sicuri della loro tenuta o se sono state anche solo danneggiate da qualche terremoto, recente o passato, si demoliscano e si ricostruiscano nel luogo adatto, con tutti i possibili criteri di sicurezza, non solo quelli sismici.

Lo stesso dicasi per gli ospedali dai quali, evidentemente, non si può neanche immaginare di scappare in maniera rapida. Per esempio, particolare cura dovrebbe essere dedicata alle sale operatorie: immagino che delicati interventi chirurgici non possano essere interrotti e debbano essere conclusi con tranquillità da tutta l’equipe medica.

Approfitto della stima manifestatami, per suggerire al Presidente di considerare l’attuale situazione delle zone terremotate e dei loro abitanti e trarne l’ispirazione per definire, una volta per tutte, i modi per affrontare il post-terremoto, perché la nostra Italia è sempre stata sismica, e sempre lo sarà.

Un terremoto sconvolge drammaticamente la vita delle persone che lo subiscono.

Non è accettabile che si facciano promesse confuse e vaghe come quelle che vengono raccontate da Franco Bechis, che non ha avuto smentite.

Per affrontare le tremende difficoltà che dal 24 agosto si sono create nell’Appennino Centrale, al posto di un politico sia pur valido, sarebbe necessario un grande manager, con una sua squadra e con compiti ben definiti a priori.

Fa impressione che una Soprintendente dichiari che il terremoto è stato troppo forte e che nulla si poteva fare per salvare la Basilica di Norcia.

Il fatto che la facciata sia rimasta in piedi dovrebbe far riflettere.

Un edificio prestigioso come la Basilica andava puntellato, almeno dopo il terremoto del 24 agosto.

Dico “almeno” perché si doveva cominciare a pensare alla salvaguardia di monumenti tanto importanti, fin da dopo il terremoto del 2009.

Come ho già sostenuto in recenti articoli apparsi sul Foglietto, molto letti e mai confutati, era evidente che, dopo la lunga sequenza del 1997-98 a nord e quella a sud del 2009, c’era da aspettarsi, più prima che poi, che il segmento appenninico delimitato da questi due eventi si attivasse, vista la sua ben nota pericolosità sismica.

Certamente non una previsione in senso stretto ma informazioni sufficienti per far suggerire grande cautela e misure preventive da parte degli organi tecnici competenti: la sezione sismologica della Commissione Grandi Rischi e i vertici dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

Dopo il terribile terremoto in Irpinia del 1980, lo Stato si era appunto dotato della Commissione Grandi Rischi e aveva fortemente potenziato l’Istituto Nazionale di Geofisica (poi diventato INGV) proprio per affrontare in modo razionale sopratutto il rischio sismico del territorio nazionale.

Non credo che sia razionale che a coordinare la sezione più delicata della Commissione Grandi Rischi, quella sismologica, ci sia qualcuno che risiede in Svizzera con passaporto svizzero e sono convinto che al vertice dell’INGV debba esserci un sismologo di fama chiarissima.

Sono due organi che attengono alla sicurezza dello Stato e ai loro vertici devono essere chiamati personaggi scelti esclusivamente sulla base di meriti scientifici indiscussi.

Discutibili, purtroppo, sono i metodi di scelta finora seguiti ed una tempestiva correzione è indiscutibilmente necessaria.

(*Il Foglietto della Ricerca)

 

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