Adroterapia, la macchina da 150 milioni di euro che distrugge i tumori: i fisici italiani aiutano gli USA a costruire un acceleratore di particelle

Esistono solo 10 centri al mondo che praticano l’adroterapia a ioni pesanti: 5 in Giappone, 2 in Cina, 3 in Europa di cui uno a Pavia (il CNAO). Con l’adroterapia è possibile colpire i tumori non operabili, resistenti e non curabili con radioterapia e chemioterapia, preservando i tessuti e gli organi sani. Gli USA costruiranno un centro in Texas, con un acceleratore di particelle da 200 milioni di dollari, che sarà il più avanzato al mondo

ROMA – Il Texas chiede aiuto all’Italia nella lotta contro i tumori. Un centinaio di ricercatori scientifici si è riunito nei giorni scorsi a Milano per la firma dell’accordo tra la University of Texas Southwestern medical centre e l’Istituto nazionale di fisica nucleare. L’Infn, attraverso il Centro nazionale di adroterapia oncologica di Pavia (Cnao), da mesi sta collaborando con l’istituto statunitense per la costruzione dei primi centri per il trattamento dei tumori con adroterapia negli Usa.

Il nostro Paese si conferma all’avanguardia nello studio e nell’applicazione dei trattamenti per la cura contro i tumori più resistenti, sui quali non si può intervenire chirurgicamente, attraverso questo particolare tipo di radioterapia che utilizza adroni (particelle subatomiche come i protoni) e ioni pesanti, in questo caso gli ioni di carbonio. Una tecnologia che alimenta grandi speranze per la guarigione dai tumori più resistenti alle terapie chemio o radio a raggi X, nata dalla fisica di base, “figlia” degli acceleratori di particelle come il gigantesco Large hadron collider del Cern, in Svizzera, il cui sviluppo ha dato vita ad applicazioni cruciali in medicina.

Ad oggi, nel mondo, ci sono in totale dieci acceleratori impiegati nel trattamento dei tumori con adroterapia a ioni pesanti: cinque in Giappone, due in Cina e tre in Europa, di cui uno è proprio il Cnao di Pavia: “Quello texano sarà il centro più avanzato del mondo e per questo vogliono essere all’avanguardia: in questo senso la collaborazione con l’Infn è strategica – sottolinea Marco Durante, ricercatore Infn e direttore del Tifpa, il centro di adroterapia di Trento – e si sono rivolti all’Infn perché con il centro di Pavia siamo un passo avanti. Non trattiamo solo pazienti ma facciamo ricerca e sviluppo. Quella che vogliono costruire è una macchina per trovare soluzioni innovative nell’applicazione di questa tecnologia”. La firma del “memorandum” si è tenuta a margine del congresso internazionale sulla terapia con ioni pesanti (International symposium on ion therapy-ISIT) in corso a Milano.
Aggiustare la mira. La adroterapia, in particolare quella che utilizza ioni pesanti come il carbonio, ha rappresentato una rivoluzione nel trattamento dei tumori solidi, soprattutto quelli più resistenti alle altre terapie come quello al pancreas o i sarcomi. A differenza della radioterapia a raggi X, infatti, è possibile aggredire e distruggere solo i tessuti malati, conservando quelli sani: “Uno dei problemi con la radioterapia a raggi X è che utilizza fotoni, luce. La luce è difficile da focalizzare e quando entra nel corpo perde energia e si attenua, questo crea problemi, innanzitutto perché attacca anche i tessuti sani tra la pelle e il tumore e poi perché ha minore efficacia sui tumori profondi. Gli ioni di carbonio invece perdono energia solo alla fine, rilasciandola quando aggrediscono la cellula tumorale”.

La bambina e le caramelle. “Vi faccio un esempio – continua Durante – quando entro in un negozio di caramelle con mia figlia di solito cerco di trascinarla velocemente tra gli scaffali, per evitare che faccia “danni” raccogliendo tutto quello che le piace. Se invece la faccio fermare si riempie le mani di dolci. Così succede anche con i fasci di ioni pesanti: attraversano i tessuti sani senza rovinarli, liberando energia solo quando si fermano sulle cellule tumorali. A quel punto, ionizzando, cioè espellendo elettroni dagli atomi, rompono il dna impedendo loro di duplicarsi”. In questo modo aumentano le chance di eliminare il cancro e diminuiscono gli effetti collaterali.

L’accordo prevede studi, analisi e attività di training nell’ambito della terapia con ioni pesanti, attività strutturali per l’operatività del futuro centro in Texas. Gli italiani insomma “addestreranno” gli americani nell’utilizzo di queste tecnologie, inoltre l’università di Dallas svolgerà al Cnao attività di ricerca in radiobiologia e verranno svolti test con fasci di ioni carbonio nell’attesa che il centro statunitense sia operativo. La speranza, secondo Durante, è che questa terapia possa fare passi avanti anche grazie alla combinazione con l’immunoterapia, settore che vede gli americani all’avanguardia: “In questo momento la chirurgia e la radioterapia non sono usate per i tumori allo “stadio 4”, quando cioè ha sviluppato metastasi, i farmaci insegnano al sistema immunitario cosa è malato ma le metastasi sono diverse tra loro, perché cambiano. Con l’adroterapia possiamo rimuovere il tumore primario e dare istruzioni perché il sistema impari ed elimini tutte le altre”.

Sembra una panacea per i tumori. Perché allora non abbiamo già sconfitto il cancro? La risposta ha, facile immaginarlo, un base innanzi tutto economica: “Una macchina per la radioterapia è un piccolo acceleratore di particelle. La Linac, per la radioterapia “tradizionale” costa circa cinque milioni di dollari – chiarisce il ricercatore dell’Infn – quella che stanno costruendo a Dallas ne costa 200. Una spesa così elevata può essere giustificata a fronte di evidentissimi vantaggi”. Vantaggi che vanno però provati in maniera statistica: “I centri che usano questo tipo di trattamento sono ancora pochi. Non ci sono ancora trial randomizzati, studi con campioni significativi, che dimostrino questa evidenza. Ma le statistiche sui pazienti trattati evidenziano gli ottimi risultati. Quando chiedo agli oncologi a parità di costo quale terapia preferirebbero, non hanno dubbi”.

Secondo Durante però l’ingresso degli Usa in questo settore, con il fondamentale contributo italiano, cambierà il panorama mondiale: “Spingerà tutti a  investire, sviluppare e diffondere l’applicazione di questa tecnologia. L’Infn sta facendo molta ricerca con nuovi acceleratori più piccoli ed economici, per arrivare a energie alte con macchinari di dimensioni ridotte e abbattere così i costi. Per questo sono tornato in Italia dalla Germania, dove dirigevo un centro di questo tipo e ho portato indietro con me ricercatori italiani. Ho fatto rientrare un po’ di cervelli “rubandone” anche qualcuno tedesco”.

(La Repubblica)

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