Prostata di Stato? L’urologo Attilio Manca “drogato”, il curioso processo di Viterbo e i coimputati di pietra

Stato-Mafia? Quali, e quanti, “corpi” hanno coperto la latitanza di Bernardo Provenzano? In tutta questa vicenda il defunto ex capo della Mafia è quello che fa meno paura di tutti. Continua la battaglia dei genitori di Attilio Manca e dei loro avvocati per fare luce sulla misteriosa morte dell’urologo

Francesca Buzzi per “TusciaWEB”

VITERBO – “Dalla procura di Viterbo non mi aspetto più nulla. Spero che non mi chiamino più. Abbiamo sempre il pubblico ministero contro…”.

Amareggiata, delusa, stanca. Angela Gentile, madre di Attilio Manca, è uscita dall’aula cinque del tribunale di Viterbo con un’aria sconfitta e rassegnata allo stesso tempo. La donna è stata ascoltata dal giudice Silvia Mattei nel processo a Monica Mileti, la 50enne romana accusata di aver ceduto ad Attilio Manca, l’urologo siciliano, la dose di eroina che lo uccise nel 2004.

I famigliari non hanno dubbi: per loro, Attilio è stato eliminato dopo aver visitato e curato il boss della mafia Bernardo Provenzano. Una tesi che, finora, non ha trovato conferma nelle aule di giustizia, ma ne è convinto, per esempio, il pentito Carmelo D’Amico.

L’unico procedimento penale aperto è solo questo a carico di Monica Mileti. E l’accusa è di cessione di droga. Un “processo-farsa”, come lo hanno più volte definito i Manca che insistono da sempre che si tratti di un delitto di mafia.

Oggi l’unica testimone del processo è stata la signora Gentile. Una deposizione lampo. Poco più di cinque minuti per rispondere alle domande del pubblico ministero, che le ha chiesto di spiegare se conoscesse la Mileti. Nessuna questione, invece, dal legale della difesa, Valerio Massimo Mazzatosta.

“Non conosco la Mileti – ha detto la madre di Attilio Manca -. Nel ho soltanto sentito parlare da Salvatore Fugazzotto, un amico di vecchia data di mio figlio, suo compagno di scuola dalle medie alle superiori”.

Un’amicizia però che, stando alla deposizione di Angela Gentile, si era incrinata negli ultimi mesi prima della morte di Attilio.

“Quando mio figlio venne a Barcellona Pozzo di Gotto ad agosto per le ferie estive – ha continuato la madre di Manca – mi disse che voleva allontanarsi da Fugazzotto perché si era accorto che aveva brutte amicizie”.

Eppure Fugazzotto, benché vivesse in Sicilia, pare fosse ben informato su cosa era successo a Viterbo ad Attilio.

“Quando abbiamo saputo della sua morte – ha ricordato la mamma – siamo venuti qui, ma all’ospedale di Belcolle ci hanno impedito di vederlo, dicendoci che aveva avuto un aneurisma ed era caduto dal letto. A Barcellona, invece, Fugazzotto già sapeva, o almeno così andava dicendo, che il decesso era avvenuto per overdose”.

Con queste poche battute si è conclusa la testimonianza di Angela Gentile. E lei non ci sta.

“Dalla Procura di Viterbo non mi aspetto più nulla – ha detto uscendo dal palazzo di giustizia -. Spero davvero che non mi chiamino più, se devono farmi fare un viaggio dalla Sicilia per due domandine su Monica Mileti. Del resto qui è così. Abbiamo sempre i pm contro. Io sono stanca. Delusa”.

Prima dell’inizio dell’udienza un altro “colpo di scena” che ha infastidito i famigliari di Manca e i loro avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici. Le telecamere del programma “Chi l’ha visto?” di Rai 3 avevano chiesto di riprendere il processo, ma il giudice non ha dato il permesso ai giornalisti.

“Stiamo trattando un caso di cessione di droga – ha detto la vpo Lidia Pennacchi -. Per me non c’è alcuna rilevanza sociale, né un interesse del pubblico”.

E il giudice, nonostante la difesa, non avesse nulla in contrario, ha deciso di accogliere l’opposizione. “L’udienza è aperta a tutti – ha precisato Silvia Mattei -, ma le telecamere devono restare fuori”.

“Queste cose succedono solo qui – ha commentato Ingroia -. In trent’anni di carriera, come magistrato prima e come avvocato poi, una cosa del genere non l’avevo mai sentita. Il giudice non decide in base all’interesse sociale. Era un’udienza a porte aperte e così doveva essere. Ma a quanto pare a Viterbo c’è una giustizia a parte…”.

Francesca Buzzi (TusciaWEB) 

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