Quanta gente in Via Fani! Fioroni sul rapimento Moro: «Scorta trucidata da killer della RAF, non dai BR. Anche la ‘ndrangheta in via Fani». E i vigili urbani smistavano il traffico?

Dopo quasi quarant’anni di misteri, processi, indagini, piste, inchieste, rivelazioni, libri, il Presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta su sul rapimento e la morte di Aldo Moro, promette di dimostrare che lo statista DC «non è morto né all’ora e nemmeno nei modi finora ufficialmente conosciuti». A luglio scorso Fioroni aveva confermato che in via Fani erano presenti anche uomini della ‘ndrangheta (fotografati dopo, mentre curiosavano mischiati tra la folla). Brigatisti, agenti dei servizi in incognito, Raf, ‘ndranghetisti, killer e auto misteriose, KGB, (Cia e Israeliani del Mossad non avranno mandato nessuno?), quella mattina in Via Fani c’era tanta di quella gente ad aspettare Moro che probabilmente, a questo punto, c’erano pure i vigili urbani a smistare il traffico, anche per evitare che tutti questi “gentiluomini”si sparassero tra di loro quando hanno eliminato la scorta e prelevato Moro!! La verità, forse, è ancora lontana  

Giuseppe Ferlicca per “TusciaWEB”

Viterbo – “Dimostrerò che Aldo Moro non è morto né all’ora e nemmeno nei modi, finora ufficialmente conosciuti” (fotocronaca – slide).

Giuseppe Fioroni apre la scuola politica del centro studi Aldo Moro Viterbo con una lezione magistrale. All’auditorium Fondazione Carivit a valle Faul, il deputato Pd, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte, con il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti.

“Moro è stato rapito e ucciso dalle Br, ma altri non hanno voluto agire – spiega Fioroni – non lo hanno voluto trovare. Sapevano.

Dopo 38 anni scopriamo che il bar Olivetti a via Fani, che ci dicono essere chiuso, non lo era. Era una base logistica Br. Perché i brigatisti che hanno agito erano molti, in venti. Hanno operato lì, era uno snodo importante”.

Le Br, ma anche la malavita, persino la Raf (Rote Armee Fraktion) parteciparono al sequestro Moro, e poi furono usate armi di provenienza palestinese. Lo spiega Fioroni, da quanto emerso durante i lavori della commissione.

“La scorta di Moro – continua il parlamentare Pd – non l’hanno uccisa i colpi sparati da brigasti italiani. Hanno sparato super killer specializzati. C’erano gli uomini della Raf a via Fani. Le armi erano di provenienza palestinese. Il maresciallo di scorta e l’autista sono stati freddati con un colpo secco. Poi le raffiche di colpi un po’ di tutti”.

Sulla trattativa per la liberazione: “Non c’è stata una sola trattativa – sottolinea Fioroni. Ci fu una trattativa dello stato, della chiesa, di Craxi. Lo Stato, però, tratta con chi Moro non l’aveva, i brigatisti Faranda e Morucci. Moro ce l’aveva Moretti. Anche le altre trattative finirono nel nulla. Dimostrerò che Aldo Moro non è morto né all’ora e nemmeno nei modi, finora conosciuti e ufficialmente resi pubblici”. Altri dettagli potranno emergere, dai racconti di Renato Curcio e Alberto Franceschini che presto verranno sentiti dalla commissione d’inchiesta sul caso Moro. In futuro potrebbero essere sentiti anche gli esponenti di Autonomia operaia, Toni Negri e Franco Piperno”.

La fine dello statista è la parte conclusiva dell’intervento che ripercorre tutta la vita dello statista.

“Moro – dice Fioroni di fronte a studenti e politici – è stato uomo di cultura, un politico e un uomo di fede. Questa unicità serve a capire ciò che ha fatto. È stato amato e odiato”.

Politico atipico. “Non un professionista – osserva Fioroni – lui stesso afferma, io sono al di là della politica. La moglie racconta come dopo la prima esperienza di governo volesse smettere”.

Il parlamentare ricorda l’apporto dello statista alla stesura della Costituzione, il suo passaggio dal centrismo al centrosinistra, per allargare la base di consenso delle istituzioni. “Era la sua ossessione – osserva Fioroni – perché riteneva la democrazia non acquisita una volta per tutte, ma un bene da confermare ogni volta”.

Soprattutto ha saputo leggere i tempi. “Moro è stato un profeta, in grado di cogliere i segni dei tempi. Ed è ciò che fa la differenza tra un politico e un altro – racconta Fioroni -. Guardo un bicchiere e non mi dice nulla, quando c’è chi ci vede i segni da qui a trent’anni e apre una nuova stagione. Aveva capito che la fase costituente stava finendo. Con il suo rapimento, il 9 marzo 1978, infatti, si apre un lungo periodo di transizione in cui siamo ancora dentro. Moro aveva intuito il pericolo di uno scollamento fra cittadini e classe politica. Lui che è stato l’architrave della politica italiana. Sì, proprio come in una casa, Moro è stato l’architrave portante della politica in Italia. E per questo è stato colpito dai terroristi. Per questo è stato ucciso. Per non parlare della politica estera che lo vedeva in contrasto allo stesso tempo con Usa e l’Urss. Proprio quando prima elabora e costruisce il centrosinistra con i socialisti. E poi il compromesso storico con il Pci di Berliguer che entra nell’area di maggioranza. Sempre nel tentativo di consolidare e rendere solida e compiuta la democrazia italiana”.

I 55 giorni del sequestro e la drammatica fine di Aldo Moro, nell’introduzione del direttore di Tusciaweb, Carlo Galeotti.

“L’uccisione di Aldo Moro ha attraversato le nostre vite – osserva Galeotti – e anche una provincia periferica come la nostra, rispetto al mondo politico di Roma. Per andare nella capitale, gli autobus erano fermati per controllare se ci fossero a bordo terroristi. I carabinieri Ippolito Cortellessa e Pietro Cuzzoli furono uccisi dai terroristi di Prima linea a Ponte di Cetti proprio mentre stavano facendo dei controlli su un autobus”.

Viterbo attraversata anche fisicamente. “Nella famosa seduta spiritica a cui partecipò Romano Prodi – continua Galeotti – venne fuori la parola Gradoli. Evidentemente qualcuno voleva che uscisse.

Si pensò a Viterbo, invece di andare in via Gradoli a Roma. Il piccolo paese di Gradoli fu setacciato dalle forze dell’ordine. Si voleva mostrare un impegno massiccio. Ma com’è possibile che nessuno s’accorse dell’esistenza di via Gradoli a Roma?”.

La sentenza a morte di Moro è chiara in un momento particolare: “Quando Paolo VI – spiega Galeotti – scrisse la lettera agli “uomini delle Brigate Rosse”. Nonostante l’affetto sul piano umano, si capì che non c’era più nessun margine di trattativa. Disse, vi prego di liberarlo perché è “un uomo buono e onesto”. Una sentenza a morte. Paolo VI è stato un grande intellettuale, non poteva non essere cosciente di quello che diceva e di ciò che significava”.

Moro personaggio di primo piano, eppure a 38 anni dalla morte, il ricordo si è parecchio affievolito.

“È stato un grande personaggio – spiega Galeotti – uno tra i fondatori della Repubblica. Ieri ho voluto fare un esperimento, chiedendo chi fosse a quattro o cinque ragazzi, laureati e preparati. Nessuno sapeva chi fosse. Di questo anche Fioroni dovrà tenere conto. Evidentemente non siamo stati in grado di trasmettere la nostra storia. La storia che abbiamo vissuto. La storia di questo paese”.

In sala, studenti e diversi politici. Francesco Serra, consigliere Pd, siede accanto all’assessore Alvaro Ricci. Ci sono pure Arduino Troili e Daniela Bizzarri, con altri rappresentanti Pd area Popolare. A metà sala, la vice sindaca Luisa Ciambella, ma non il sindaco Leonardo Michelini. Al tavolo di presidenza, Christian Scorsi e Martina Minchella, per la scuola di formazione politica.

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