150 chili di tritolo per la Signoria Vostra: la Mafia progetta di far saltare in aria il PM Nino Di Matteo

Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, visto il rischio si sarebbe mosso per far favorire la partenza del PM da Palermo: il 7 novembre Di Matteo  è stato convocato dal CSM a Roma per decidere sull’eventuale trasferimento alla Direzione Nazionale Antimafia

Giorgio Bongiovanni per “Antimafia Duemila”
Centocinquanta chili di tritolo sono nascosti da qualche parte, a Palermo, ancora una volta per uccidere un servitore dello Stato. Basterebbe già questo dato a far allarmare i vertici più alti delle nostre istituzioni. Dalle pagine di questo giornale, così come in altri quotidiani, avete letto le ultime notizie sul progetto di morte che vede al centro del mirino il sostituto procuratore Nino Di Matteo.
Nelle ultime intercettazioni, registrate dagli investigatori, vi è la dimostrazione pratica e drammatica che il progetto di attentato non solo non è mai tramontato ma è anche atteso dagli uomini di Cosa nostra. Vi sarebbero poi ulteriori elementi che hanno spinto il Procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, a trasmettere con urgenza gli atti a Caltanissetta ed anche al Consiglio Superiore della Magistratura con un invito ad intervenire proprio per il rischio che lo stesso pm, titolare delle indagini sulla trattativa Stato-mafia, si trova a correre. Csm che, apparentemente, ha recepito la gravità della situazione al punto da proporre un trasferimento extra-ordinem, per motivi di sicurezza, proprio alla Direzione nazionale antimafia a cui, più volte, lo stesso magistrato aveva concorso vedendosi sempre sbattuta la porta in faccia. Una decisione senza precedenti. E’ lecito pensare, così come ha scritto lo scrittore e giornalista, Saverio Lodato, nel suo editoriale “Sergio Mattarella a Nino Di Matteo: Vai via da Palermo!”, che dietro a questo “clamoroso” ripensamento vi sia il benestare del Presidente della Repubblica. Quest’ultimo è infatti anche presidente del Csm ed è ovvio che il suo vice, Legnini, non possa muoversi senza l’avallo della più alta carica dello Stato. Così il Presidente della Repubblica, che finora al pari del Premier Matteo Renzi ha sempre taciuto ogni briciolo di solidarietà, ha scelto di muoversi dietro le quinte ma con risolutezza. Cosa deciderà Nino Di Matteo, convocato a Palazzo dei Marescialli per il prossimo 7 novembre, non è dato saperlo. Quel che è certo è che in gioco c’è la sua vita, quella dei ragazzi che lo scortano e molto altro ancora.
Le domande che ora dobbiamo porci noi cittadini italiani sono semplici e partono dalla comprensione dei perché. Perché si vuole uccidere Di Matteo? Perché proprio lui? Perché ora?
Qual è il clima politico drammatico che si sta vivendo nel nostro Paese? E’ una storia che si ripete rispetto ad altre tragedie e stragi avvenute in passato?
Per rispondere basta ricordare quello che avvenne nel nostro Paese tra il 1992 ed il 1993 quando la corruzione dilagante e la profonda crisi istituzionale-politica portarono ad una serie di sussulti interni poi sfociati nelle stragi che hanno macchiato di sangue l’Italia intera. Un clima rovente per certi versi simile a quello che respiriamo attualmente. Anzi, se si guarda quel che sta accadendo a livello nazionale ed internazionale, forse si può dire che oggi la situazione è anche peggiore. Una situazione drammatica dove le tensioni tra i due colossi, Stati Uniti e Russia, sono tornate fortissime con le minacce reciproche di usare armi atomiche in una eventuale guerra nucleare.
Anche da queste tensioni passa il nostro Paese, da sempre ritenuto strategico sia sul piano geografico che sul piano economico-politico. Ed è storia che chi riesce a condizionare la politica del nostro Paese, di fatto riesce ad acquisire potere sia in Europa che nel resto del Mondo.
Se poi guardiamo alla nostra povera Italia ci accorgiamo che le menzogne, le bugie ed i fallimenti del governo Renzi ci stanno portando verso una situazione di alto rischio. Il prossimo 4 dicembre ci troveremo a votare il Referendum costituzionale.
A prescindere dall’esito, vinca il “No” o vinca il “Sì”, salvo sorprese clamorose, i dati statistici mostrano il volto di un Paese spaccato a metà con uno scarto di voti che sarà minimo. Da una parte ci sarà chi è contro a questo “ennesimo tentativo eversivo” di distruggere la nostra Costituzione, e dall’altra chi invece non ama la democrazia, mascherandola in una forma oligarchica, quasi simile alla dittatura. E di fronte a questa nuova scissione “socio-politico-culturale”, associata allo stato di crisi economica persistente in cui è sparita la classe media ed i poveri son sempre più poveri, il rischio di una nuova “guerra civile”, seppur non militare ma con tensioni e disordini, è sempre più alto. Un rischio che il Sistema criminale integrato, già descritto da vecchie indagini (condotte da magistrati come Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia, Guido Lo Forte) e nuove (condotte dallo stesso Di Matteo o dai pm calabresi il Procuratore Capo Cafiero de Raho e Giuseppe Lombardo), che trova radici solide nel potere economico, finanziario, politico ed istituzionale, non può permettersi di tollerare.
Organizzazione criminale che, come disse l’ex Procuratore Capo di Palermo Piero Grasso (oggi presidente del Senato) a Lodato nel libro intervista “La mafia invisibile”, diventa braccio violento di quello Stato, di pezzi dello Stato, di poteri forti, che vogliono mettere in atto la cosiddetta strategia della tensione.
Quindi perché ora uccidere Di Matteo? Perché lui è diventato, così come lo furono Falcone e Borsellino, un simbolo di quello Stato vero che reagisce con fermezza contro la corruzione e la criminalità, di quello Stato vero che protegge i deboli e che fa giustizia senza guardare in faccia a nessuno, nemmeno a chi ha il potere.
E’ per questo che dà fastidio il processo trattativa Stato-mafia che vede alla sbarra, tutti insieme, mafiosi, ex politici ed ex rappresentanti delle istituzioni. Un processo storico dove, davanti alla Corte d’assise di Palermo e davanti ai pm Di Matteo, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, sfilano tutti quei potenti della cosiddetta “vecchia” Repubblica, chiamati a testimoniare del “perché” e “come” lo Stato trattò con la mafia.
Il verificarsi di un attentato contro Di Matteo (speriamo mai), dunque, andrebbe visto come un omicidio politico-mafioso. Facendo un attentato di questo tipo, così come accadde nel ’92-’93 dove si sancì la fine della Prima Repubblica e l’inizio della “Seconda”, si darebbe spazio ad un vero e proprio Colpo di Stato estremista che potrebbe fermare sul nascere tutte quelle nuove forze politiche volte ad un cambiamento vero del nostro Paese, pur di mantenere saldo in sella quei poteri che fino ad oggi hanno “regnato” in Italia e che, come disse un tempo il ministro Pietro Lunardi, con la mafia devono convivere.

Rispondi