Esselunga, Caprotti agli eredi: «Non vendete alla COOP»

“L’azienda è privata, italiana, soggetta ad attacchi. Può diventare una Coop. Questo non deve succedere“. E’ il paletto cruciale che Bernardo Caprotti, il fondatore di Esselunga scomparso il 30 settembre, ha messo nero su bianco nel testamento con cui ha lasciato il controllo della catena della grande distribuzione con 22mila dipendenti alla moglie Giuliana Albera e alla figlia di secondo letto Marina Sylvia.

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Assolutamente no alla cessione del gruppo alle cooperative, contro cui Caprotti in vita ha ingaggiato una battaglia finita anche in tribunale dopo la pubblicazione nel 2007 del libro Falce e carrello, in cui il patron di Supermarkets Italiani raccontava gli ostacoli incontrati, a suo dire, nel tentativo di aprire punti vendita nelle regioni “rosse”, e accusava le coop di scorrettezze commerciali. Via libera invece, “quando i pessimi tempi italiani fossero migliorati”, a “una collocazione internazionale: Ahold (catena olandese, ndr) sarebbe ideale, Mercadona (concorrente spagnolo, ndr) no”.

Va ricordato che nel 2011 il tribunale di Milano ha condannato Esselunga a risarcire Coop e a ritirare il pamphlet Falce e carrello dal mercato, ma la Corte di Appello ha poi accolto la richiesta di sospensiva contro la sentenza e in attesa del giudizio di secondo grado il libro è stato ristampato e nuovamente distribuito. Risale poi al marzo di quest’anno la condanna in primo grado di Caprotti a sei mesi per diffamazione nei confronti di Coop Lombardia per la pubblicazione nel 2010 su Libero di un servizio giornalistico che dava conto di presunte intercettazioni illecite ai danni dei dipendenti di un suo punto vendita. Secondo il giudice l’imputato aveva voluto la pubblicazione di quegli articoli “diffamanti per Coop”.

Caprotti, nel documento di cui danno conto Repubblica e Corriere, spiega poi la ratio della scelta di lasciare solo la minoranza ai figli di primo letto Giuseppe e Violetta, da anni estromessi dai vertici e con cui era in corso una querelle giudiziaria per il controllo. “Il disegno di ripartizione e continuità familiare e di business che con tanta sofferenza avevo costruito 16 anni fa è definitivamente naufragato. Ora, dopo anni di battaglie legali e di pubbliche maldicenze da parte di Violetta e Giuseppe, destino le partecipazioni delle due aziende che ho creato e che mi appartengono in modo da dare tranquillità e continuità alle imprese, salvaguardando i diritti di tutti”. Così “dopo tante incomprensioni e tante, troppe amarezze ho preso una decisione di fondo per il bene di tutti, in primis le diecine di migliaia di persone i cui destini dipendono da noi”. “Famiglia non ci sarà – continua Caprotti – ma almeno non ci saranno lotte. O saranno inutili, le aziende non saranno dilaniate”. Poi l’auspicio che non ci siano “ulteriori contrasti e pretese” e tutti possano “starsene in pace nei propri ambiti”.

Blindato il gruppo, la cui guida operativa resta nelle mani di Carlo Salza mentre la presidenza passa al notaio Piergaetano Marchetti, Caprotti passa poi a distribuire proprietà immobiliari e opere d’arte: l’olio di Manet “La vergine col coniglio bianco” andrà al Louvre, che dovrà però impegnarsi a esporlo accanto al Tiziano originale, mentre altri quadri sono stati lasciati al Padiglione d’Arte contemporanea (Pac) di Milano e al Museo civico di arte moderna a Modena. I risparmi personali di Caprotti sono stati lasciati per metà alla segretaria Germana Chiodi e per il restante 50% ai cinque nipoti.

Il primogenito Giuseppe ha ricevuto poi un appartamento sul Golf di Monticello e uno in Svizzera, la villa di famiglia ad Albiate Milano, l’archivio di famiglia e alcuni quadri. A Violetta vanno la casa di Via Bigli a Milano, quella di New York sulla Quinta strada e il castello di Bursinel sul lago di Lemano e alcuni quadri tra cui un olio di Zandomeneghi.

Nulla è lasciato al caso, comprese le disposizioni per i funerali, da svolgersi al mattino “il più presto possibile, onde non disturbare il prossimo” nella chiesa di San Giuseppe che è a “300 metri da casa”. E niente annunci o necrologi: “Sarebbero paginate di fornitori, cortigiani ecc”.

(Il Fatto Quotidiano.it)

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