Esselunga: morto il patron Caprotti. Sfidò il gigante COOP e scrisse “Falce e Carrello”

È morto Bernardo Caprotti. Il fondatore di Esselunga avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 7 ottobre. Per sua espressa volontà, come fa sapere la moglie Giuliana, le esequie avverranno in forma strettamente privata e per suo desiderio non dovranno seguire necrologi. Subito dopo l’annuncio su Twitter sono stati postati molti commenti che ricordano la “genialità” e la tenacia e anche “il cattivo carattere” di questo milanese che negli anni ’50 aveva datro vita a un’impresa che è diventato uno dei maggiori gruppi nel settore.

La guerra contro i figli
L’imprenditore era stato protagonista di una lunga guerra per il controllo della società. Scontri in famiglia che si stavano avviando alle battute finali nonostante una sentenza della Cassazione delloscorso febbraio che gli aveva dato ragione. In concomitanza con le voci di una possibile cessione della catena dei supermercati italiani – solo due settimane negli ambienti finanziari si parlava anche di Walmart come candidato – , i primi due figli, poco più di un mese fa avevano presentato un ricorso in Cassazione dopo aver perso lo scorso 19 maggio il giudizio in appello che avevaconfermato l’esclusiva presa del capostipite sul Gruppo.

Violetta e Giuseppe si erano rivolti agli ermellini intorno a metà luglio. A questo la proprietà di Esselunga non dovrebbe essere decisa dai giudici della Suprema corte. Gli eredi si erano rivolti alla giustizia perché l’imprenditore li aveva esclusi nel febbraio del 2011. E da allora era stata battaglia. Nel frattempo Caprotti non era più presidente rimanendo però nel consiglio di Supermarkets Italiani, con diverse deleghe operative.

Dalla fine degli anni Novanta fino al febbraio del 2011, prima della rottura col primogenito Giuseppe, allontanato dall’azienda all’inizio del 2005 dopo due anni da amministratore delegato, Caprotti senior aveva tenuto per sé solo una quota poco superiore all’8% di Supermarkets Italiani, la holding che
controlla il 100% di Esselunga Spa. Il restante 92% circa era stato assegnato, attraverso Unione Fiduciaria, in tre parti uguali ai figli di primo letto, Giuseppe e Violetta, e a Marina, avuta dalla seconda moglie, con l’usufrutto del padre su circa un terzo delle quote.

Poi Caprotti si intestò tutto senza dire nulla e soprattutto senza versare alcun corrispettivo ai figli, offrendo il destro per ricorrere ad un arbitrato. Da allora è proseguita una guerra a suon dicarte bollate senza soluzione di continuità. L’ultimo atto quindi non sarà celebrato dai giudici. E pochi giorni fa l’argomento principale era la cessaione con alcuni fondi di private equity in lizza. I nomi più recenti erano stati Walmart, Cvc e Blackstone, ma in passato si erano fatti anche quelli di Tpg e Advent. I figli potranno anche vincere, ma rischiano di restare soci solo per poco.

La guerra contro la Coop
Il 15 marzo scorso Caprotti era stato condannato a 6 mesi per diffamazione per la querelle con la Coop. Al centro della vicenda, un servizio giornalistico con il quale, nel 2010, l’autore degli articoli Gianluigi Nuzzi e il direttore di Libero Maurizio Belpietro avevano svelato l’esistenza di presunte intercettazioni illecite ai danni dei dipendenti (datate 2004) di un punto vendita di Coop Lombardia. Secondo il giudice l’imputato aveva voluto la pubblicazione di quegli articoli “diffamanti per Coop”.

“Se ne va un uomo particolare, un uomo che emozionava. Se ne va uno dei più grandi imprenditori italiani. Ma il Dottore vivrà ancora nella sua straordinaria impresa” dice Pier Luigi Bersani.

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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